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L’effetto del pensionamento sulle abilità cognitive

Dal 18.12.2017 al 31.01.2018

Pubblicato sul Journal of Health Economics lo studio di Celidoni, Dal Bianco e Weber basato su dati SHARE

Il pensionamento migliora o peggiora le abilità cognitive? La cosiddetta “unengaged lifestyle hypothesis” – letteralmente: l’ipotesi di uno stile di vita inattivo - afferma che le abilità cognitive peggiorano col pensionamento perché i pensionati tengono la mente in esercizio meno dei lavoratori. In altre parole: lavorare più a lungo possibile, permette di conservare le funzioni cognitive più a lungo. Dall’altro lato però i pensionati hanno la possibilità di praticare attività nuove e stimolanti a cui non potevano dedicarsi mentre lavoravano.

Alcuni studi suggeriscono che sia il primo effetto a dominare: i pensionati sperimentano un deterioramento delle capacità cognitive misurate in termini di prontezza verbale o memoria. Altri studi, al contrario, stimano un miglioramento di tali capacità. Stabilire se Il pensionamento migliori o peggiori le abilità cognitive non è banale perché potremmo trovarci di fronte a un fenomeno di causalità inversa: chi ha sperimentato uno shock negativo di salute (ad esempio: un ictus) potrebbe andare in pensione prima. In tal caso, sarebbe la (buona) salute che permette di andare in pensione più tardi, e non il posticipare la pensione che conserva le abilità cognitive.

Su questo tema, tre ricercatori del DSEA, Martina Celidoni, Chiara Dal Bianco e Guglielmo Weber, hanno di recente pubblicato sul Journal of Health Economics (56, Dec. 2017, pp. 113-125) uno studio che utilizza i dati della Survey of Health Ageing and Retirement in Europe (SHARE) ed informazioni sui diversi requisiti per la pensione pubblica. Lo studio mostra che la maggior parte delle persone va in pensione prima possibile, quando soddisfa i requisiti per la pensione di anzianità, oppure il più tardi possibile, quando si qualifica per la pensione di vecchiaia (che coincide con la perdita del posto o delle tutele a questo associate). In questo studio, gli autori analizzano le capacità cognitive (memoria) a ridosso del pensionamento e a distanza di molti anni confrontando individui della stessa età, la cui decisione di andare in pensione è influenzata dal raggiungimento dei requisiti pensionistici. Questo permette loro di risolvere il problema della causalità inversa descritto precedentemente.

Le stime mostrano che il pensionamento ha, nel breve periodo, un generale effetto benefico sulle capacità cognitive (‘effetto luna di miele’). Nel lungo periodo, invece, il pensionamento influisce sulla memoria in modo marcatamente diverso per coloro che vanno in pensione prima possibile ovvero il più tardi possibile. Per i primi il tempo passato in pensione non ha effetti negativi sulle abilità cognitive oltre al naturale declino legato all’età. Per coloro che vanno in pensione il più tardi possibile, invece, il pensionamento ha un effetto negativo che si cumula nel tempo e aggrava l’effetto dell’invecchiamento.

Nella misura in cui chi va in pensione di anzianità lo fa per scelta, mentre chi va in pensione di vecchiaia lo fa perché costretto, i risultati dello studio sono coerenti con l’idea che gli individui sappiano cos’è meglio per sé stessi. Lo studio offre una caratterizzazione dei due gruppi di pensionati: coloro che vanno in pensione di vecchiaia tendono a riportare condizioni lavorative soddisfacenti in termini di adeguatezza del salario e autonomia professionale. Coloro che vanno in pensione di anzianità sono invece per lo più uomini con occupazioni poco qualificate e che riportano condizioni lavorative poco soddisfacenti. 

 


Riferimenti: M. Celidoni, C. Dal Bianco and G. Weber (2017). Retirement and cognitive decline. A longitudinal analysis using SHARE data. Journal of Health Economics 56 (Dec. 2017), pp. 113-125.

https://doi.org/10.1016/j.jhealeco.2017.09.003

DOI: 10.1016/j.jhealeco.2017.09.003